Giorgio Di Cesare

Stunning landscape photography


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Il mio workflow fotografico

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Ai tempi della pellicola il flusso di lavoro (workflow) fotografico, in particolare per l’uso di pellicola invertibile e se si esclude la peculiarità del bianco e nero, consisteva in pochi passaggi che potevano riassumersi come: sviluppo del rullino in laboratorio, cernita degli scatti, catalogazione e archiviazione del materiale.
Con l’avvento del digitale le cose sono notevolmente cambiate sotto questo aspetto. Nell’odierno workflow fotografico i passaggi sono aumentati e soprattutto è aumentato il coinvolgimento personale e diretto del fotografo nel controllo del risultato finale.
La mia attrezzatura fotografica Nikon utilizza schede di memoria tipo CF (Compact Flash) ed io nella mia borsa fotografica tengo sempre sette schede per complessivi 24 Gb di capienza, teoricamente sufficienti per coprire 2 o 3 giorni di lavoro. Attualmente il taglio massimo delle schede che uso è di 4 Gb che, con sensori da 12 Mpx e con i miei parametri di scatto, assicurano quasi 200 scatti d’autonomia ognuna. Prediligo schede non eccessivamente grandi perché, in caso di problemi ad una scheda, l’eventuale danno è più limitato e la capacità complessiva è intaccata solo in minima parte (se, ad esempio, utilizzassi 2 schede da 12 Gb l’una e dovessi accorgermi che una delle due ha problemi e non è utilizzabile, la mia autonomia di scatto scenderebbe di colpo al 50%).
Le fasi successive del workflow digitale prevedono quindi il trasferimento delle immagini dalle schede di memoria al disco rigido del computer, la cernita degli scatti e la catalogazione del materiale scelto, mediante assegnazione di parole chiave alle immagini; successivamente, solo per determinate fotografie può esserci la fase di elaborazione dell’immagine, che prevede lo sviluppo del file Raw (Nef nel mio caso) ed altri piccoli aggiustamenti globali (eventuale correzione del bilanciamento del bianco, correzione dei livelli e della saturazione dei colori).
In una fase ancora successiva si può procedere alla pulizia di eventuale sporco sul sensore che si traduce in puntini o piccole macchie sull’immagine, e decidere, se del caso, il ritaglio dell’inquadratura. Infine, a seconda della destinazione d’uso (stampa, web, ecc.), procedo all’esportazione ed eventuale ridimensionamento dell’immagine, come file Tif o Jpg.
Tutte queste fasi sono legate all’utilizzo uno o più software specializzati che sono scelti in base a vari parametri di giudizio. Nel mio caso cerco di privilegiare la qualità (ovviamente) ma anche la praticità d’uso e, basando il mio sistema informatico su Apple, ho trovato che con un unico software, Aperture, riesco a gestire completamente il mio workflow casalingo, dallo scarico delle foto alla catalogazione e archiviazione delle stesse, dallo sviluppo del file Raw alla elaborazione delle immagini.
E’ sicuramente un bel vantaggio l’utilizzo di un solo software per la gestione dell’intero flusso di lavoro, perché consente di concentrarsi maggiormente sull’immagine piuttosto che sulla gestione del file.
La fase finale del flusso di lavoro è quella legata all’archiviazione delle immagini in dischi esterni dedicati, concatenati in Raid per un backup costante di tutto l’archivio fotografico.